L’associazione antiracket di Marsala cambia nome ma non perde il vizio. Indaga la Procura

L’associazione antiracket di Marsala cambia nome ma non perde il vizio. Indaga la Procura

2020-04-21T12:21:23+02:00 20th Aprile, 2017|Contro l'antimafia, inchieste|

Ieri abbiamo dato notizia dell‘apertura di un fascicolo di indagine da parte della Procura di Palermo per cercare di fare piena luce sull’attività dell’associazione antiracket di Marsala, della quale ci siamo occupati in diversi articoli. E, al di là delle inchieste giudiziarie, ci sono altre cose da raccontare.

Innanzitutto, l’associazione antiracket di Marsala è stata costretta a cambiare nome. Non si chiama più “Paolo Borsellino”, ma “La verità vive”. Si passa da una vittima ad un’altra, da Paolo Borsellino a Rita Atria, la giovane di Partanna che raccontò tutto quello che sapeva sulla guerra di mafia nel Belice a Paolo Borsellino, e che poi si uccise qualche giorno dopo la strage di Via D’Amelio.

L’associazione dell’avvocato Peppe Gandolfo, specializzata in costituzione in serie nei processi di parte civile, è stata costretta a cambiare nome dopo alcune pubbliche diffide del figlio di Paolo Borsellino, Manfredi: “Diffido l’associazione antimafia e antiracket di Marsala, che sembra particolarmente impegnata sul fronte delle costituzioni di parte civile nei processi contro la criminalità organizzata, a utilizzare il nome di mio padre Paolo Borsellino. Diffido pubblicamente i suoi promotori e fondatori, persone peraltro a me e alle mie sorelle sconosciute, dal continuare a utilizzare indebitamente il nome di nostro padre. Non abbiamo mai dato alcuna liberatoria”.

Il motivo per cui l’Associazione Antiracket è diventato un caso unico in Italia è: la costituzione in serie di parte civile in processi che non hanno a che fare non solo con il racket, ma nemmeno con Marsala. A questa attività ipertrofica, non si accompagna alcuna reale attività di contrasto ai fenomeni dell’usura o del racket sul territorio (nessun commerciante o imprenditore è stato mai seguito dall’associazione dalla denuncia al processo, come invece avviene in altre realtà), ma solo tutta un’attività abbastanza retorica e vuota di senso, cercando di intruppare, come avviene spesso nel mondo dell’antimafia, le scuole. A seguito delle polemiche degli ultimi mesi, infatti, l’associazione sta cercando rifugio organizzando  una serie di convegni coinvolgendo gli istituti scolastici. Il coordinatore dei gruppi tematici che organizza queste attività è, neanche a dirlo, sempre l’avvocato Giuseppe Gandolfo.

Non c’è anche lì molto sforzo di originalità, anzi. In una recente lettera inviata da Gandolfo alle scuole per l’ennesima manifestazione (la potete leggere a questo link) si parla di “cultura della legalità”. Scrive Gandolfo:  “Cultura di legalità vuol dire ricostruire le regole: nella società, nelle istituzioni, nell’economia, nell’informazione. Senza regole la stessa legge, anziché tutelare e garantire gli interessi deboli, diventa terreno di conquista di poteri forti. Le regole sono l’impalcatura del patto sociale, della convivenza, della democrazia”. Belle parole. Che in realtà sono copiate da Don Luigi Ciotti (e con la cui associazione, Libera, Gandolfo si lasciò in malo modo anni fa…). Una citazione corretta di Don Ciotti è disponibile a questo link. 

E qui viene da citare Leonardo Sciascia:  “I cortei, le tavole rotonde, i dibattiti sulla mafia, in un paese in cui retorica e falsificazione stanno dietro ogni angolo, servono a dare l’illusione e l’acquietamento di far qualcosa; e specialmente quando nulla di concreto si fa. I ragazzi bisogna lasciarli a scuola, che bene o male ancora serve”. Sciascia si chiedeva anche “quanto costano, in denaro pubblico, certe manifestazioni ‘culturali’ contro la mafia. E qui tocchiamo un altro punto, di un discorso che si deve pur fare sullo sperpero enorme del denaro pubblico per manifestazioni ‘culturali’.

Ma, al di là dell’attività con le scuole, l’associazione, come dicevamo, cambia nome.
Purtroppo, però, non perde il vizio.
Anzi, decine di articoli, di denunce, un’inchiesta aperta dalla Procura di Palermo, sembrano non avere scalfito di un nonnulla l’associazione di Gandolfo, come dimostra il verbale dell’ultima assemblea straordinaria.

Il 17 Febbraio scorso, infatti, l’associazione si è riunita per procedere al cambio del nome. La convocazione dell’assemblea straordinaria per modificare lo statuto è stata anche l’occasione, però, per ritoccare alcune cosette. Il tutto in appena venti minuti. Il silenzioso piccolo esercito – comitato elettorale (molti sono componenti del Movimento Cinque Stelle di Marsala, uno, Aldo Rodriquez, è stato eletto anche consigliere comunale) di Gandolfo, dalle 17 e 50 alle 18 e 10 ha fatto tutto quello che c’era da fare, in piedi, nel pianerottolo del comando dei vigili urbani di Marsala. 

Non è stato facile: nei giorni precedenti frenetiche sono state le telefonate di Gandolfo ai soci per partecipare all’assemblea. Tanta mobilitazione, però, ha prodotto solo la presenza di 29 associati su 79. Per altri, come nelle assemblee condominali, si è ricorso alla “delega”.

Innanzitutto, il primo punto all’ordine del giorno era cambiare nome.

Il nuovo nome è “La verità vive”. E’ la frase che è scritta nella lapide di Rita Atria, come dicevamo, al cimitero di Partanna. Rispetto a Paolo Borsellino, è difficile fare cattive figure, anche perché la presidente onoraria dell’Associazione è Piera Aiello, cognata di Rita Atria.

Ma le sorprese non finiscono qui. L’associazione, anche se ha una propria sede, un presidente (al momento Vincenzo Chirco, neanche a dirlo grillino) e propri organi è, di fatto, diretta dall’avvocato Gandolfo. Il quale prende la parola in assemblea per proporre alla sua associazione una convenzione con un’altra associazione il “Movimento per la Difesa del Cittadino”. Che cos’è? Nient’altro che la seconda “creatura” di Gandolfo, tant’è che ha sede sempre nel suo studio legale… : “Molti interessi collimano” dichiara Gandolfo in assemblea. E certo: stesso “dominus” (Gandolfo è “presidente provinciale dell’associazione) stesso avvocato di parte civile, e sicuramente gran parte dei soci…

Ma c’è di più. Una delle cose che ha destato più scandalo a livello nazionale su questa associazione è la presenza, nello statuto, di sedi fittizie in gran parte d’Italia. Lo scopo è chiaro: se io dichiaro di avere una sede a Bologna, magari perché mi appoggio a casa di un amico, poi posso chiedere di essere ammesso parte civile nel processo contro la ‘ndrangheta in Emilia. E’ già accaduto. E L’associazione (e il suo avvocato) hanno ottenuto risarcimenti danni (e relative parcelle), partecipando a quel processo il minimo essenziale. Il colpo non è riuscito con il processo su Mafia Capitale. Lì l’associazione di Gandolfo è stata esclusa. Così come nel processo sulla Trattativa Stato – mafia. Ma l’associazione ha chiesto di essere ammessa parte civile nel processo a Matteo Messina Denaro per le stragi del 1992 che si tiene a Caltanissetta. E in questo caso non solo non c’è un nesso di causalità, ma i fatti sono antecedenti alla data di fondazione dell’Associazione. Ha chiesto anche di essere ammessa, giusto per dire, ad un processo, “Gotha 6” che si tiene a Barcellona Pozzo di Gotto: un processo che cerca di fare luce su diciassette omicidi avvenuti nel contesto della mafia barcellonese tra il 1991 e il 2003. In questo caso non c’è nemmeno l’imputazione associativa…
 
E insomma, il gioco continua. E nel nuovo statuto modificato sono previste sedi “secondarie/amministrative/operative” a: Palermo, Trapani, Castelvetrano, Mazara del Vallo, Alcamo, Caltanissetta, Catania, Agrigento, Bologna, Roma, Napoli, Ferrara, Brolo, Messina, Avellino, Treviso, Milano, Torino, Firenze, Padova, Verona, Siracusa, Ragusa, Enna, Termini Imerese, Bagheria, Gela, Patti, Barcellona Pozzo di Gotto, Reggio di Calabria, Catanzaro, COsenza, Vibo Valentia, Caserta, Salerno, Benevento, Brindisi, Lecce, Bari, Taranto, Foggia, Potenza, Matera, Brescia, Isernia, Pescara, Campobasso, Perugia, Spoleto, Venezia, Pisa, Forlì – Cesena, Cagliari, Sassari, Latina, Frosinone, Livorno, Modena, Monza, Parma, Pavia, Urbino, Reggio Emilia, Rimini, Siena “ed altre istituende, senza limitazione territoriale”. Sono, al momento, 65 sedi.  Ovviamente, inesistenti.  Tant’è che si corre ai ripari, e si scrive che si tratta di “sedi a disposizione dell’associazione, anche in forza di convenzioni stipula con altre associazioni, movimenti, sindacati”.

Adesso scende in campo la Procura di Palermo, che vuole vederci chiaro. C’è un fascicolo aperto, le indagini sono delegate alla Guardia di Finanza dal sostituto Leoardo Agueci. Sono state già ascoltate diverse persone e girava in città anche la voce di una perquisizione nella sede dell’associazione. Si cerca di mettere in chiaro il bilancio dell’associazione. Per citare un esempio, solo nel 2013, per “compensi professionali”, l’Associazione ha speso più di 23.000 euro. 

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Giacomo Di Girolamo
Giacomo Di Girolamo, giornalista. Mi occupo di criminalità organizzata e corruzione in Sicilia da più di 20 anni. Sono direttore della radio più ascoltata della provincia di Trapani, Rmc 101, e di un portale molto letto in Sicilia, Tp24. Miei articoli sono usciti su Repubblica, Il Sole 24 Ore, Domani. Collaboro anche con Linkiesta.  Sono autore della biografia del boss Matteo Messina Denaro: L’invisibile (un'edizione aggiornata è uscita nel 2023), di Cosa Grigia (il Saggiatore 2012, finalista al premio Piersanti Mattarella), Dormono sulla collina (il Saggiatore 2014), Contro l’antimafia (Il Saggiatore, 2016).  Per Laterza ho scritto "Gomito di Sicilia" (2018), per Zolfo "Matteo va alla guerra" (2022) e "Una vita tranquilla" (2004). Per le mie inchieste ho vinto nel 2014 il Premiolino, il più importante premio giornalistico italiano, e, nel 2022, sotto l'alto patronato della Presidenza della Repubblica, il Premio Nazionale "Paolo Borsellino". Ho raccontato la mia vita in un podcast per Audible, "L'isola di Matteo".