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Tutti ti cercano, io so dove sei

TUTTI TI CERCANO. IO SO DOVE SEI.  Oggi sei in Inghilterra. Un tale mi ha scritto, da Londra:
«Lo sanno tutti che ha una figlia qui, è venuto per le sue nozze».
Domani sarai in Germania, leggerò in radio l’appunto di un fantomatico giornalista che sa con certezza che vivi lì e che investi i soldi delle famiglie mafiose in resort di lusso in Grecia. La scorsa settimana il tuo volto ricostruito, invecchiato, a colpi di pixel campeggiava sulla locandina di un convegno. È la tua immagine nuova, diffusa poco tempo dalle forze dell’ordine, sulla base dell’unica tua foto in loro possesso, datata 1993. «Non gli somiglia per niente» sentivo dire a due dei tuoi in un bar. Ieri, invece, ti ho cercato a Campobello di Mazara, cuore del Belice, il tuo mandamento: avete fatto una rapina al deposito di un corriere, per procacciarvi refurtiva da vendere e finanziare la tua latitanza.
Perché non è facile essere un fuggitivo, Matteo.
Io lo so. So tante cose di te, della tua famiglia, i Messina Denaro, i potenti alleati di Totò Riina, della mafia del Trapanese, che è insieme la più feroce e quella che più gode di appoggi insospettabili. So dei tuoi delitti e dei tuoi affari, Matteo Messina Denaro, dei tuoi complici e dei tuoi giri.
« Dove sei, Matteo? » mi chiedo ogni giorno dai microfoni di questa radio dalla quale trasmetto. Parte lo stacco, la sigletta, c’è la base, e poi tre minuti, nei quali cerco di ricordare al pubblico che tu sei invisibile, certo, ma esisti, perché esiste la mafia, ed esiste Cosa nostra. «Dove sei, Matteo? »: un giorno racconto di un’operazione della polizia, il giorno dopo di una lettera anonima — una delle tante — che mi dà delle indicazioni sulla tua latitanza, un giorno ricordo qualcuno dei tuoi tanti omicidi, un altro faccio la sintesi di un processo che ti riguarda.
Tutti ti cercano. Io so dove sei. Ho una risposta per ogni giorno, come fosse un lunario.
Un indizio al giorno alla ricerca di Matteo Messina Denaro, dice la voce nella sigla, e io non lo so come mi è venuta l’idea di questa rubrica. Volevo fare qualcosa che funzionasse: come fai a parlare di mafia nella radio più ascoltata della provincia di Trapani, a un pubblico distratto, che vorrebbe sentire musica, o le cronache sportive della squadra di calcio? Ti inventi una cosa breve, con un punto di domanda a fare da uncino, e un pretesto che diventi un tarlo, che magari scava dentro. « Dove sei, Matteo? ». Magari non sei né in Inghilterra, né in Germania, né in Sudamerica dove ti pensano gli investigatori che ti danno la caccia, o in Nordafrica, dove ti vorrebbero le relazioni storiche della tua famiglia. Magari sei accanto a noi, Matteo. Così vicino che neanche ti vediamo.
Tutti ti cercano, io so dove sei. Me lo chiedo da anni, ogni giorno, dalla radio, e ogni giorno questa mia voce scomposta e pasticciona dà una risposta diversa. Non so neanche quando ho cominciato, era forse il 2009, o giù di lì. Ma ricordo, però, che c’era un ministro dell’Interno che diceva che ti avrebbero preso subito: è questione di giorni. Poi venne un altro ministro, e disse più o meno le stesse cose, e poi un altro ancora. E un procuratore, un sacco di questori, diversi parlamentari, leader politici. Ogni giorno ci dicono è questione di giorni.Oppure, in una variante più poliziesca: gli stiamo facendo terra bruciata attorno.
Nell’attesa, penso che convenga solo fare bene il mestiere. E il mio, Matteo, lo sai, è il mestiere del giornalista. Giornalista di provincia, che però cerca di essere non provinciale.
Tutti ti cercano, Matteo. Io so dove sei.
E tu sai dove sono. Non è difficile. Mi trovi qui, a Marsala, nella mia città. A fare la mia vita, a inseguire fatti e consumare suole, a dover affrontare processi per quello che scrivo, richieste di risarcimento danni per decine di migliaia di eu- ro per ogni inchiesta. Ad affrontare amici che non ti salutano più, e altri che ti evitano, un silenzio intorno che fa a volte più male di una coltellata. Il prezzo per raccontare quello che vedo, per parlare di quello che conosco.
Il fatto è, Matteo, che io so dove sei, probabilmente. Ma non so assolutamente dove siamo. Racconto di coste devastate da costruzioni abusive, complessi industriali che sorgono in zone di riserva, imprenditori che rubano i contributi dello Stato e dell’Unione europea, politici che si fanno corrompere per due soldi.
Dove siamo, Matteo? Racconto di questa mafia che cambia in continuazione, liquida come la società in cui viviamo, che si muove per settori di competenza, che non puzza di stalla come tuo padre e i tuoi nonni, ma che odora di pulito. Una mafia che io chiamo Cosa Grigia,il sistema criminale del nostro tempo. Ieri si arricchiva con la droga, oggi lo fa sulla pelle degli immigrati.
E da un po’ mi tocca anche il racconto più doloroso, quello di chi usa l’antimafia per conservare potere o per fare carriera, per gestire un proprio portafoglio. Parlate di mafia, parlatene ovunque, diceva lo stracitato Borsellino. Siccome tutti, dalle parti dell’antimafia, si divertono a completare l’assioma: ah, se Falcone fosse vivo, oggi…, ah, se Borsellino fosse vivo, oggi… Mi ci metto anch’io. Se Borsellino fosse vivo oggi, direbbe anche: parlate di antimafia, parlatene ovunque… Dove siamo, Matteo? Allora, dove siamo?
Certe volte mi sembra di impazzire. «Per lei è facile rovinare famiglie. Lei parla parla, ma intanto si abbusca due stipendi…» mi fa il legale di un tizio che mi ha querelato, mentre attendiamo l’udienza in tribunale. «Come?».
«Sì, perché, lei non è professore…?».
«No».
«Vabbè, allora lavora in qualche scuola, oppure che fa: impiegato di banca, alle poste… che ha? Qualche terreno…?».
«No, faccio solo questo. Il giornalista ».
«Vabbè. Ha la radio».
«Mica è mia. E per completezza di informazione, di mio ho solo un appartamento. Non organizzo eventi, non faccio pubbliche relazioni, e non sono l’addetto stampa più o meno occulto di nessun comune, ente, o politico».
«Seeeeee… E come campa?».
«Appunto. Faccio il giornalista».
Già, come campo? Certe volte mi sembra di impazzire. I miei amici scommettono da tempo: a forza di fare domande in giro prima o poipigli lignate, mi dicono.
Ma non è questo. Non è questo, no, il prezzo che si paga a voler fare tutte queste domande, a cercare di capire, a voler raccontare. È qualcosa di ben più grave. Magari fossero lividi, uno ci starebbe attento. Metti caso che sai che una persona su venti a cui fai certe domande ti rompe una cosa in testa, metti caso, per regola statistica, perché è scritto da qualche parte, allora prendi le contromisure, che so, ti presenti con il casco, fai scorta di pomate e ghiaccio. Sarebbe troppo facile. Certe volte mi sembra di impazzire. È questo, il prezzo. Mi sembra di compatire, di condividere, di avere per un attimo, anzi, per più di un attimo, l’istinto del chi glielo fa fare. Vorrei essere sereno, giustificare tutto, non portare il peso di questa curiosità.
Da qualche anno mi sono trasferito in un appartamento. Da allora ho un piccolo, grande problema quotidiano: il citofono non funziona. Nel senso che, quando qualcuno suona, si sente un flebile lamento. In compenso, se citofonano al piano di sotto, l’apparecchio suona da me. È ovvio che qualcosa non va, ho detto all’amministratore la prima volta che ci siamo conosciuti. «Certo, le mando l’elettricista » mi ha risposto lui. Solo che l’elettricista non è mai venuto. Tempo dopo ho richiamato l’amministratore.
«Ma che fine ha fatto l’elettricista?». «Lui è venuto un sacco di volte, ma lei a casa non c’era mai…» si è giustificato il ragioniere. «E certo, se il citofono non funziona!» gli ho risposto. Finisce, come molte questioni condominiali, con un battibecco e un procrastinare eterno del problema.
Si arriva a una riunione di condominio, a quella riunione di condominio, in cui io vado ruggente di urbana giustizia per il mio citofono abbandonato al suo destino. Prendo l’argomento con piglio deciso davanti a tutti nel momento in cui la riunione si avvia al famigerato punto “varie ed eventuali” e c’è chi ha già addosso il soprabito. «Quando aggiusta il citofono?» chiedo, di punto in bianco all’amministratore davanti a tutti. E lui: «Ancora con ’sta storia? Il citofono è una spesa personale, ci pensi lei». «No» ribatto «è una spesa condominiale, perché da me suona quando cercano la signora del piano di sotto». «Io gliel’ho mandato l’elettricista, ma se lei non apre…». «Come posso aprire mai se ho il citofono che non funziona!».
L’amministratore solleva lo sguardo dai suoi conti (ha sostenuto tutto il dialogo senza guardarmi in faccia). Mi rivolge un’espressione come di rassegnazione, poi guarda i miei vicini che sono già in piedi. Torna a guardare i fogli e dice: «Sì, vabbè, tanto tutti u sapemo che lei è stravacanti ».
È una sentenza. Ammutolisco. Perché è la verità. È questo il prezzo che si paga, per tutto questo chiedere, raccontare, scrivere e non lasciare che le cose ti sfuggano di mano senza capirle, senza dare loro un nome.
Diventi lo stravagante, lo spostato. Passi per quello scomposto, casinista, scapigliato. Diventi materiale da repertorio dei pazzi: C’era un tale che andava in giro a fare domande…
Che poi la domanda è una, ma fatta bene: « Dove sei, Matteo? ».
Articolo apparso su La Repubblica del 15 Febbraio 2016
Giacomo Di Girolamo

About Giacomo Di Girolamo

Mi occupo di economia, mafia, ambiente, corruzione. Trasmetto da una radio della provincia di Trapani, Rmc 101, e scrivo inchieste per un portale, Tp24.it. Ogni tanto anche su La Repubblica, Il Fatto Quotidiano, Il Sole 24 Ore. Ho pubblicato “Matteo Messina Denaro – L’invisibile” (Editori Riuniti) e “Cosa Grigia” (Il Saggiatore). Nel 2014 ho vinto il Premiolino, il più importante riconoscimento giornalistico in Italia. A Settembre del 2014 è uscito, sempre il Saggiatore, “Dormono sulla collina”. Da Febbraio scorso ho deciso di rovinarmi definitivamente la vita con un libro chiamato "Contro l'antimafia". La mia mail è: giacomo@ilvolatore.it